Addio allo scrittore, saggista e filosofo del linguaggio George Steiner: aveva 90 anni

Lo scrittore e saggista George Steiner è morto all’età di 90 anni. Figura di primo piano nella cultura internazionale per i suoi studi di critica letteraria, autore di innovative chiavi di lettura di carattere morale e religiosa.

Steiner affrontò temi come il rapporto tra potere, barbarie e ignoranza. I suoi numerosi saggi sono stati tradotti in una decina di lingue.

Fu docente in numerosi atenei, tra cui Princeton, Stanford, Oxford. Nacque a Parigi da una famiglia austriaca di origine ebraica. Il decesso è avvenuto a Cambridge. Aveva 90 anni.

I suoi primi saggi (tra cui ad esempio Linguaggio e silenzio del 1966) affrontano, in particolare, il problema del ruolo dell’intellettuale (dell’artista, ma anche del critico) in una società come quella occidentale, scossa da vicende disumane come l’Olocausto. Di grande cultura mitteleuropea, spazia dalla conoscenza approfondita dell’approccio marxista alla letteratura (memorabili i suoi saggi su Lukács), all’estetica musicale, all’analisi di testi classici fino alle avanguardie sia letterarie sia nelle arti plastiche.

Di particolare interesse e piuttosto controverso è stato il suo romanzo Il processo di San Cristobal (“The portage to San Cristobal of A.H.”) di ispirazione fantastica: Steiner infatti si immagina che Adolf Hitler sia ancora vivo e si sia rifugiato in Brasile, dove un commando del Mossad viene inviato per portarlo in Israele e processarlo.

Al di là della cornice fantastica, “Il processo di San Cristobal” presenta acute pagine di riflessione filosofica sul linguaggio: in particolare, Steiner cerca di illustrare la “potenza negativa del linguaggio” e accosta la figura di Hitler alla figura del falso messia Shabbatai Tzevi, giungendo addirittura all’affermazione paradossale e provocatoria che il Führer sia stato il “vero” messia ebraico, poiché ha portato alla fondazione dello Stato di Israele.

Secondo la filosofia del linguaggio di Steiner, l’affermazione della “messianicità” di Hitler va compresa in modo del tutto ipotetico e paradossale come lo spunto per una riflessione filosofica profonda sulla natura del linguaggio: il linguaggio non è solo uno “strumento positivo” di comunicazione, ma anche un mezzo di distruzione, di coercizione e di propaganda.